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Il mito del Fernet:
La saga del Fernet ed il culto popolare che lo circonda la dicono lunga su San Francisco – 5a di 8 parti
Nate Cavalieri - 22 Dicembre 2005

Fernet-Branca"In parte, nessuno è mai stato in grado di replicare la formula perchè gli ingredienti non si trovano tutti in un unico luogo", dice la Cattani. "È un prodotto che proviene dal mondo intero".

Oggigiorno è il conte Niccolò Branca che supervisiona la produzione. Lasciato fermentare per un anno in barili di rovere e poi imbottigliato a Milano, il liquore arriva a destinazione in cartoni da sei bottiglie di vetro verde da 0,750 litri. Il liquido sembra nero visto attraverso il vetro della bottiglia, marrone scuro quando è nel bicchiere e vagamente verdognolo alla luce. Lascia una traccia oleosa nel bicchiere, una macchia permanente sui vestiti e deve essere strofinato con forza per toglierne le tracce da ripiani di linoleum e dai denti di chi lo beve.

Novare serbando (Rinnova ma conserva)
Motto dei prodotti Branca,
1850
 

"Quando qualcuno mi chiede che cosa c'è dentro al Fernet-Branca" dice ancora Destesano quasi urlando, "gli rispondo (che c'è) la vita".

La storia più verosimile sulla creazione del Fernet-Branca nel lontano 1845 traccia le radici del liquore in una casa che ancora esiste in Corso di Porta Nuova a Milano. Immediatamente prima della sanguinosa rivolta contro gli invasori austriaci che risultò alla fine nell'unione d'Italia, l'erborista autodidatta Bernardino Branca, ossia il bis-bis-bisnonno del conte Niccolò Branca, creò un nuovo 'amaro' e, dopo averlo degustato in famiglia, si mise in affari iniziando a commercializzarlo assieme ai suoi tre figli, Luigi, Giuseppe e Stefano, aiutati dalla scaltra moglie di Stefano, Maria Scala.

Il nome 'Fernet' venne inventato allora, come un esotico riferimento all'uso di 'acciaio pulito' usato nel processo di distillazione e, da allora, nel corso degli anni il nome è stato usato per vari prodotti di successo, quali il Luxardo Fernet Amaropad e Fernet Stock.

Fernet-BrancaLa prima pubblicità sui giornali politici locali vantava le qualità "febbrifugo, vermifugo, tonico, anti-colerico, riscaldante tiramisu" e si poteva mescolare con tutto, dal vermouth al brodo di carne. Sagacemente, la signora Scala lo promosse fra le signore dell'alta società come alleviatore dei dolori mestruali (fino al 1913 nelle pubblicità solo le donne erano illustrate nell'atto di bere il liquore), ma era anche lodato per la capacità di aiutare la digestione, impedire irritazioni nervose, stimolare l'appetito, curare attacchi d'ansietà, attenuare dolori di stomaco e di testa e rallentare gli effetti dell'età.

La menzogna si sparse come un incendio furioso. In un periodo di incertezze quasi-scientifiche, verso la metà degli anni 1840, la mistura segreta di erbe e spezie del vecchio Bernardino divenne uno dei prodotti di maggior successo nell'Italia del tempo. (Dapprima Bernardino attribuì la formula al Dottor Fernet Svedese, un personaggio fittizio di origine svedese che sarebbe vissuto per un numero di anni incredibilmente lungo, poi, in seguito ad una setta clandestina di frati che vivevano in un remoto eremitaggio alpino). In un'era nella quale il salasso era una cura comune e gli antibiotici erano sconosciuti, il Fernet-Branca -- con la sua peculiare mistura di alcol e oppiacei -- rappresentava certamente una cura miracolosa. In contrasto stridente con le avvertenze draconiane che oggi accompagnano tutti i medicinali, il Fernet era a quei tempi vastamente ordinato dai medici. Alcuni lo tenevano perfino nelle infermerie degli ospedali.

Popolarizzato da una pubblicità intelligente -- immagini iconiche di donne dalle fattezze classiche, coloriti buffoni di corte, o l'euforico alligatore, un animale famoso per le sue grandi capacità digestive, il Fernet divenne un fenomeno globale. Alla fine dell'ottocento, l'illustratore italiano Leopoldo Metlicovitz disegnò il logo che compare tuttora sulle bottiglie: un globo terracqueo sotto un'aquila che regge con gli artigli la bottiglia miracolosa, portando il "dono dell'Italia al mondo" in tutti i continenti. La bevanda arrivò negli Usa nelle valigie degli immigranti italiani e trovò dimora nelle corsie degli ospedali italiani di San Francisco, New York City, Baltimora e Detroit, oltre a quelli del Centro e Sud America.

Fonte: SF Weekly – ©2005 SF Weekly
Tradotto da WineCountry.IT


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