La Prima Vendemmia
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Immagine di proprietà del
METROPOLITAN MUSEUM OF ART di New York, USA |
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Ma gli egiziani non furono certamente i primi ad organizzare una fiorente industria vitivinicola, dice McGovern, il quale ha recentemente scritto un libro intitolato, "Ancient Wine: The Search for the Origins of Viniculture" (Princeton University Press; 365 pagine) che traccia la lunga preistoria della nostra bevanda più celebrata. Gli antichi faraoni infatti, importavano vino dai paesi sud-orientali e, prima ancora che gli abitanti di quelle regioni iniziassero a produrre vino, circa 6.000 anni fa, quasi certamente importavano vino da altri paesi vicini. In questo modo, suggerisce McGovern, la vinicultura (un termine che egli usa per definire l'intero processo produttivo, dalla coltivazione della vite alla produzione del vino) si è diffusa dal punto d'origine, probabilmente da qualche parte sugli altipiani orientali della Turchia e del nordovest dell'Iran, fino ad attraversare il Mediterraneo per finire nelle coppe degli antichi greci.
Quando e come tutto questo è accaduto rimane tuttora un mistero, ma nessuno sembra essere più qualificato di McGovern per vagliare i vari indizi alla ricerca della storia del vino nell'antichità. Egli è infatti un esperto scienziato con un istinto da segugio ed è in possesso dei più potenti strumenti forniti dalla chimica moderna. Nel 1996 per esempio, il suo laboratorio ha generato scalpore identificando tracce secche di vino in una caraffa proveniente dalle montagne Zagros, nell'Iran attuale, risalente a 7.500 anni orsono. Pochi anni dopo il suo laboratorio ha identificato alcuni componenti chiave usati in una celebrazione funeraria tenutasi nel 700 AC in onore, secondo alcuni studiosi, del Re Mida. La celebrazione è stata in seguito ricreata in una serata di gala tenutasi presso il Museo dell'Università di Pennsylvania. In tale occasione si è provveduto alla creazione in chiave moderna di un cocktail dell'antica Frigia che, secondo le ricerche del laboratorio di McGovern, era composto da una combinazione di vino, birra e idromele.
Il prossimo mistero sul quale McGovern spera di far luce è scoprire dove e quando la vite eurasiatica, dalla quale derivano il 99% delle varietà di vite attuali, fu addomesticata e coltivata inizialmente. A differenza del progenitore del granoturco, le cui origini sono state tracciate con precisione ad una valle nel sud del Messico, la vite eurasiatica cresceva selvatica in un'ampia zona geografica. Potrebbe essere che varie culture abbiano iniziato a coltivarla indipendentemente, ma McGovern ritiene la possibilità poco probabile. Gli elementi che finiranno col fornire la risposta a questo quesito, dice McGovern, si trovano in frammenti di DNA di residui di vino e acini d'uva essicati che sono stati ritrovati in scavi archeologici in varie zone del Medio Oriente.
Senz'ombra di dubbio, per i nostri antenati dell'età della pietra la vite sarebbe stata una pianta desiderabile da addomesticare, vista la quantità di zuccheri sono presenti nell'uva. Già quello sarebbe stato un motivo sufficiente per coltivare la vigna, ma secondo McGovern i nostri progenitori conoscevano il processo della fermentazione, col quale gli zuccheri dell'uva si combinano con lievito e si trasformano in alcool. In effetti, il frutto della vite selvatica spesso contiene una patina di lievito sulla pelle degli acini, probabilmente trasportato da vespe ed altri insetti e, occasionalmente, la fermentazione avviene direttamente sulla pianta. Infatti, a volte gli uccelli si inebriano a tal punto nutrendosi di uva selvatica che finiscono col cadere dai rami della pianta.
Ciononostante è solo circa 10.000 anni fa, cioè quando cominciarono a costituirsi comunità agricole permanenti, che la produzione di vino avrebbe potuto trasformarsi in un'attività ampiamente diffusa. Gli esperti speculano che fu attraverso un processo di prove ed errori che gli antichi coltivatori impararono a manipolare sia il lievito che trasforma il succo d'uva in vino che i batteri che trasformano il vino in aceto. Fra gli ingredienti principali usati nell'antichità per combattere la tendenza del vino a trasformarsi in aceto, si contano alcuni composti aromatici presenti nelle resine di alcuni alberi. Nei residui di vino risalenti a 7.500 anni fa che il laboratorio di McGovern ha identificato nel 1996 for esempio, era presente la chiara traccia chimica di una resina derivata da piante della famiglia pistachia terebinthus (terebinthus in latino, terebinthos in greco), un tipo di pistacchio che cresce diffusamente in Medio Oriente e nelle zone mediterranee. Oggi solo in Grecia si continua a bere vino resinato, ma tale pratica potrebbe diffondersi nuovamente se l'interesse di McGovern nel ricreare bevande antiche dovesse diventare popolare. Il cocktail dell'antica Frigia ricostruito in occasione della serata di gala tenutasi al Museo dell'Università di Pennsylvania ricorda McGovern, aveva "un sapore di zafferano che si avvertiva principalmente nel fondo della gola e che invitava a berne un altro bicchiere".
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Pubblicato originalmente sul numero del 24 Novembre 2003 di TIME magazine |
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