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Nuove ipotesi sulle origini del vino da una scoperta archeologica in Sardegna
Loris Scagliarini - 18 Agosto 2004

La scoperta in scavi archeologici a Sardara, in Sardegna, di semi di vite e sedimenti risalenti al 1200 Avanti Cristo, sta per cambiare drasticamente il concetto delle origini della vite in Italia e nel mondo. Inoltre, la scoperta sta già contribuendo a cambiare la percezione dei vini sardi da parte degli intenditori e critici nazionali, che spesso, in passato, li hanno dismessi con snobismo come rustici e poco raffinati. L'Italia, che anno dopo anno contende alla Francia il primato come maggior produttore di vino nel mondo, sta scoprendo di avere un enorme debito storico nei confronti dell'isola.

L'annuncio della scoperta è stato fatto lo scorso 3 Agosto da un gruppo di archeologi olandesi e italiani, impegnati in scavi archeologici nelle fertili colline attorno a Sardara, a nord di Cagliari. La scoperta dei semi e dei sedimenti pone la Sardegna alle origini della cultura enologica europea e, quindi, del mondo.

Test del DNA sui ritrovamenti sono in corso presso l'Università di Stato e l'Università Bicocca di Milano per determinare se i semi appartengono a vitigni importati oppure a varietà autoctone dell'isola.

"Se la seconda ipotesi è esatta si dovrà riscrivere la storia delle origini del vino," ha detto Massimo Labra, uno dei ricercatori che partecipano al progetto. Secondo una teoria ampiamente accettata, si ritiene che i primi vitigni europei provenissero dalla Mesopotamia, ma le recenti scoperte sembrano contraddire questa percezione. Secondo Labra, oltre a provare che la Sardegna è alle origini della produzione vinicola nel Mediterraneo, "L'ipotesi che stiamo cercando di documentare proverebbe che questo avveniva in un periodo storico durante il quale la civiltà mesopotamica era ai suoi albori e quella egizia non era ancora iniziata."

I risultati di analisi preliminari condotte su viti autoctone sarde per determinarne la genealogia verranno comparate coi risultati estrapolati dai reperti provenienti dagli scavi, condotti da archeologi e botanisti italiani e olandesi con l'assistenza di esperti di agronomia di Cagliari, per determinare se esistono affinità genetiche.

CannonauAnalisi condotte in precedenza da laboratori spagnoli ha già dimostrato che il Cannonau, il vitigno sardo che si riteneva importato dalla Spagna verso la fine del Medio Evo, ha in realtà origini autoctone, ha dichiarato al Corriere della Sera Fabrizio Grassi, docente dell'Università di Stato di Milano.

"Le analisi di laboratorio hanno dimostrano che, con ogni probabilità, il Cannonau è il vitigno più antico del bacino mediterraneo," ha detto Grassi.

Tradizionalmente, sia gli intenditori che gli appassionati d'enologia e i critici enologici italiani hanno cantato le lodi dei vini provenienti dalle regioni del nord, specialmente Piemonte, Veneto e Friuli Venezia Giulia, guardando invece dall'alto in basso ai potenti vini prodotti in Sardegna e nel sud del paese in generale. Questa percezione tuttavia, è andata cambiando gradualmente in anni recenti grazie alle politiche enologiche delle regioni meridionali e al meritato successo internazionale ottenuto dei loro vini.

Ora, basandosi sulle recenti scoperte archeologiche e di laboratorio, alcuni produttori sardi stanno muovendosi per conservare il retaggio recentemente acquisito. Il Corriere riporta infatti che ad un summit fra agronomi e alcuni fra i principali produttori dell'isola è stato deciso di evitare l'importazione di viti da altre zone per concentrarsi invece sui vitigni autoctoni.

Tattanu Piras, direttore della cooperativa di Dorgali, dice che occorre conservare la genetica del Cannonau. "A questo scopo stiamo lanciando un programma di rinnovamento dei nostri vigneti, selezionando esclusivamente viti locali," dice Piras.

Sono centinaia i semi di vite risalenti ad oltre 3.200 anni fa portati alla luce dagli archeologi. Oltre che a Sardara, sono stati ritrovati in prossimità di urne e vasi antichi in scavi fatti a Villano-Vafranca, nella piana di Campidano, e a Borore, nella zona centrale dell'isola.

Dato il povero stato di conservazione dei semi, ha spiegato Massimo Labra, "Abbiamo sviluppato una piattaforma bio-moleculare, ossia una serie di macchinari connessi l'uno all'altro, per estrarre il DNA delle viti."

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