Enoturista per Caso
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| Emanuela e Fulvio Pierangelini | |
Piccolo passo indietro nel tempo ad esclusivo beneficio di una curiosa e ristretta razza di umanoidi ormai quasi estinti, cioè quei lettori che ancora non hanno veramente capito di chi sto parlando.
Il "Gambero Rosso" nasce nel 1980 quando, insieme alla moglie Emanuela, Fulvio Pierangelini rileva un semplice locale proprio davanti al porticciolo di San Vincenzo, in provincia di Livorno. È da quel momento che Fulvio inizia a scrivere pagine memorabili della storia culinaria italiana.
Preferendo alla logica dei numeri l'importanza imbarazzante della modernità dei suoi piatti, stilare un elenco cronologico delle sue creazioni non è ragionevole. Fulvio Pierangelini anticipa le mode e si affida alla sua genialità intuitiva. I piatti che escono dalla sua cucina impressionano per la straordinaria leggerezza e per l'assoluta qualità delle materie prime. Se a questo si aggiunge che Fulvio Pierangelini ha un rigore stilistico esemplare e un'inaudita capacità gustativa, non è poi così complicato spiegare come nasce, quando si afferma e perché viene osannato ovunque.
Da sempre egli considera di straordinaria importanza la qualità delle carni o dei pesci che entrano nella "sua" cucina, prodotti che vengono certificati dal suo "marchio di qualità senza compromessi". Oggi come ieri Fulvio ed Emanuela accudiscono il "Gambero Rosso" quasi fosse la loro vera casa. Ma forse è legittimo pensare che sia proprio quella la loro dimora. È lì che trascorrono la maggior parte del loro tempo ed è lì che accolgono i loro ospiti. È quello il luogo dove quotidianamente consumano gioie e fatiche, dove possono scherzare allegramente con un amico o rifugiarsi in un angolo nascosto quando all'ipocrisia del "sorriso ad ogni costo" è preferibile concedersi un attimo di silenziosa intimità.
In una calda serata di agosto ho bussato con umiltà alla porta del "Gambero Rosso" e sono entrato solo dopo aver lasciato alle spalle ogni riserva mentale legata al mio lavoro. Cinque giorni sono stati un alleato prezioso: mi sono affidato totalmente a Fulvio Pierangelini, mi sono tuffato come un adolescente nella sua magnifica carta dei vini, ho gustato con serenità tutti i piatti "ufficiali" e, come ricompensa per la mia spericolata impresa gastronomica, egli mi ha concesso frequenti e graditi "fuori programma".
Il rigore giornalistico mi imporrebbe di segnalare, o meglio di descrivere, almeno i piatti migliori tra i moltissimi che ho assaggiato. Ma giudicare con una scala di voti solo quelli che sono prodigi dell'eccellenza, è l'operazione più inutile che esista.
Per fortuna oggi la mia scrittura scorre con la libertà che, una spavalda dichiarazione d'amore, pretende con forza. Abbandonato il solito circo delle espressioni banali da ripetere all'infinito, evito le didascaliche citazioni che riempiono facilmente le pagine ma spesso sottovalutano il valore d'insieme delle parole. Non condanno stili di scrittura alla cui ortodossia tornerò ben presto, ma dovendo "raccontare" Fulvio Pierangelini voglio evitare ad ogni costo di rimanere intrappolato in quella funzionale gabbia di certezze che impedisce alla fantasia dei sentimenti di esprimersi pienamente. La conquistata autonomia mi regala maggiore sincerità e finalmente riesco a valutare l'essenza delle parole che scrivo e non la loro forma.
Se rileggete il titolo di questa storia vi accorgerete facilmente che si tratta di uno dei tanti piatti eccellenti che ho degustato al "Gambero Rosso". La scelta di questo titolo non è affatto casuale. Alla prima stesura sono stato l'inconsapevole prigioniero di schemi e convenzioni: avevo programmato, ovviamente (!), di dedicare un lungo passo alla serie straordinaria dei piatti che avevo assaggiato. Dopo aver trascritto il nome del primo piatto mi sono letteralmente paralizzato. Ho chiuso il quaderno di appunti e ho cominciato a fissare quelle otto parole che evidenzio in grassetto. Le osservo tutte insieme, le rileggo una per volta, poi al contrario le esamino nuovamente. Sono confuso, rivaluto gli argomenti con attenzione ma sono oramai certo di percorrere una strada sbagliata. Mi concentro allora sui ricordi e con la memoria del gusto ritorno al preciso istante del primo assaggio di quel magnifico "raviolo di pomodoro". Rivivo la stessa identica estasi gustativa di allora e in pochi istanti tutto mi appare finalmente chiaro. Cancello velocemente quanto ho scritto fino a quel punto, salvando solo quelle provvidenziali otto parole che ora colloco a capo pagina.
Riprendo a scrivere, questa volta senza vincoli.
Se le mie virtù letterarie (Virtù o vizi ? Psicopatiche o letterarie?) fossero state molto più valenti, avrei accettato la sfida di garantire al lettore le mie identiche sensazioni ed emozioni?
FALSO: tentare di convertire in parole la mia memoria gustativa non solo è un'ingenua illusione, ma rappresenta una minaccia assai più grave di uno sporadico insuccesso giornalistico. Se avessi elencato e descritto tutti i piatti che ho assaggiato al "Gambero Rosso" avrei commesso una serie infinita di soprusi, dai più banali ai più angoscianti.
Innocente sarebbe stato riempire inconsapevolmente il serbatoio della mia stupidità e superbia intellettuale. Gravissimo scrivere questa storia come se l'argomento principale fosse un qualsiasi grande ristorante italiano. Imperdonabile non essere stato me stesso e tradire la mia passione, la vostra intelligenza e l'amicizia sincera per Fulvio Pierangelini.
All'inizio di quei cinque indimenticabili giorni ero un vizioso gourmet e lui il grande chef. Eravamo separati dall'immaginario muro della nostra naturale diffidenza, ma in poco tempo l'abbiamo fatto crollare con lealtà e stima reciproca. Quando è giunta l'ora di partire lui era ancora il grande cuoco ed io sempre più il vizioso gourmet. Ma prima di salire in macchina Bruno e Fulvio si sono abbracciati e salutati. Come avrei potuto descrivere i "piatti", come avrei potuto svalutare la nostra amicizia usando la penna di un qualsiasi redattore frettoloso e disinteressato. Il mio viaggio a San Vincenzo aveva uno scopo preciso: capire e appagare i sensi in assoluto.
Forse adesso vi apparirà chiaro perché in questo articolo non ci sono le informazioni classiche sul tipo di cucina, sull'arredamento della sala, su quante etichette conta la carta dei vini. Non voglio convincere nessuno di essere nella ragione. Mi basta che una sola persona comprenda e condivida. Al lettore/gourmet, meticoloso e paranoico, consiglio di rinunciare alla visita a San Vincenzo, neppure dietro un doloroso atto di fede verso il sottoscritto. Al lettore/gourmet, folle e passionale, ricordo di prenotare con molto anticipo ma di evitare al telefono affermazioni tipo "Gambero Rosso? Si, buongiorno, ho letto su Internet un articolo di un matto …".
La prima sera che mi sono seduto al tavolino d'angolo del "Gambero Rosso", il direttore di sala, con stile irreprensibile ma cordiale, mi ha consegnato subito il menu. Ho avuto un momento di imbarazzo perché avrei voluto fargli capire che non ero lì per mangiare in un grande ristorante o per passare una splendida serata come un comune cliente. Anche la formalità di camerieri mi ha messo a disagio e ho guadagnato tempo in fiduciosa attesa dell'unica richiesta che volevo fare: Fulvio Pierangelini.
Per fortuna pochi minuti dopo Fulvio è arrivato sorridente, anche se ancora distaccato, per via di quel muro che presto sarebbe svanito.
La mia fidanzata, nel vederlo dal vivo (dopo anni di piccolo schermo), è stata colpita da un'improvvisa paresi dei muscoli facciali. Quando Fulvio le ha chiesto se aveva qualche preferenza i suoi occhi lucidi ed emozionati mi hanno supplicato di salvarla dall'imbarazzo.
"Fulvio, ti pregherei di decidere tutto tu". Sono le parole che hanno dato avvio a quel viaggio indimenticabile. Si è concluso dopo cinque giorni intensissimi vissuti attraverso momenti di felicità e intimità che non vi racconterò mai neanche sotto tortura.
Fulvio Pierangelini è consapevole del proprio talento e quando dà sfogo alle sue stupefacenti capacità di cuoco è sempre accompagnato dalla volontà e dalla curiosità di esaltare e stupire innanzitutto se stesso. Fulvio è una delle persone più esigenti che abbia mai conosciuto: tolleranza zero verso l'incompetenza, l'incapacità e la mediocrità. Ma quando è soddisfatto per un piatto che ha creato è ovvio che, sviluppando una semplice formula matematica, anche ai clienti del "Gambero Rosso" viene concessa la chance di vivere esperienze sublimi e geniali.
Equilibrio, delicatezza, sapori e assoluta perfezione: sono queste le indelebili sensazioni che vi affido e che hanno modificato per sempre il Dna delle mie facoltà gustative.
Ma un "gourmet" sedotto è anche un amante geloso.
Quando ho lasciato San Vincenzo ho sentito un risentimento irrazionale per tutti coloro che ancora erano lì e che avevano la possibilità di continuare a godere, come avevo fatto io, della creatività di Fulvio. E quando un "gourmet" sedotto, geloso e irrazionale è anche dotato di una fervida e illimitata fantasia, è impossibile negare alla sua visionaria follia il capitolo finale del racconto.
Giovedì 12 maggio 2005 (qualche minuto prima di mezzogiorno).
Per le vie di San Vincenzo nessuno ha ancora notato che da oltre quaranta minuti un ragazzotto sudaticcio ed inesperto vaga senza meta alla guida di un piccolo furgone bianco. Deve effettuare una consegna urgente al ristorante il "Gambero Rosso" di Fulvio Pierangelini. Probabilmente ci è passato davanti già tre o quattro volte senza accorgersi di nulla. Continua a peregrinare senza speranza e ogni minuto che passa nel ruolo grottesco di "naufrago di città" si aggrava il suo disorientamento e la sua depressione. Non possiamo rivelare il suo nome, non per il rispetto della privacy, ma perché non lo conosce proprio nessuno. Il ragazzotto ha però due soprannomi: nella bassa Toscana è per tutti "Il Bussola" e per i ventidue abitanti ultracentenari di uno sconosciuto paesino dell'entroterra grossetano è "Cane da Tartufo".
Il suo assurdo viaggio ha comunque qualche ragionevole attenuante (dimenticando l'aggravante di riuscire a perdersi a San Vincenzo). Quella mattina in città si respira un'atmosfera irreale e per le strade non c'è anima viva. All'improvviso il ragazzotto intravede in lontananza una divisa da vigile e finalmente incomincia a nutrire qualche speranza. Si avvicina con il suo mezzo alla guardia e quasi piangendo, sfodera un sorriso di disperazione. Il vigile lo osserva con sufficienza mentre ostenta sinistri lineamenti del viso che non promettono nulla di buono. Il ragazzotto si fa coraggio e chiede quale sia la strada per arrivare al "Gambero Rosso".La guardia conosce bene il locale, non perché vi abbia mai mangiato per carità, ma quella zona è un fertile terreno di caccia per il suo taccuino delle multe.
Il vigile indica al ragazzotto la direzione esattamente opposta. Questo è l'ennesimo episodio di depistaggio perpetrato ai danni del "Gambero Rosso" da una misteriosa società segreta. Sembra però che la polizia sia vicina alla soluzione del caso, grazie alla collaborazione di un trafficante di Pata Negra e alle confessioni di un paziente terminale ricoverato al Centro di Recupero per Tossicodipendenti da Culatello di Bolzano/Bozen.
Il ragazzotto segue le indicazioni errate del vigile, ma sbagliando totalmente direzione, si ritrova esattamente davanti all'entrata del Ristorante. Sulla porta è affisso un grosso cartello che recita perentorio "L'accesso al ristorante è negato a chiunque". Il ragazzotto non trova più la forza di reagire e decide all'istante di cambiare mestiere per sempre.
Mercoledì 11 maggio 2005 (la sera prima).
Sono stato invitato in un grazioso ma fatiscente ristorante vicino a San Remo per partecipare ad una degustazione di vini bianchi locali rifermentati (una nuova moda). Non posso sottrarmi a quella indefinibile sofferenza perché il nuovo direttore della rivista per cui scrivo, "Botte Moderna", ha espressamente richiesto la mia presenza dopo una telefonata minacciosa. Però non ho proprio voglia di andarci da solo e con un astuto stratagemma cerco di convincere Flix, mio fido compagno di bevute, a venire con me.
"Mi accompagni in Borgogna?" gli chiedo, ma non ho neanche il tempo di pronunciare l'ultima sillaba che Flix è già seduto in macchina con il motore acceso.
Scopre l'inganno solo dopo Firenze e tenta il suicidio una dozzina di volte prima che la delusione e la sbronza della sera prima lo costringano all'incoscienza. Riprende vigore prima di Genova ma non apre bocca fino al nostro arrivo.
Durante la degustazione serale cerco di mantenere un comportamento professionale e irreprensibile. Flix ancora non mi parla e dopo il primo calice degustato con il tecnicismo dei piccoli sorsi si abbandona a forme di valutazione secondo lui più adatte e che prevedono la rapida assimilazione di una quantità di vino sconcertante. Alla fine della degustazione lo cerco ovunque e dopo un'ora lo trovo davanti ad un albero che cerca di convincere uno scoiattolo a discutere di filosofia.
Alle due di notte riesco finalmente ad arrivare in albergo e metterlo a letto.
La mattina successiva cerco di svegliarlo verso le sette. Da sotto il lenzuolo partono tre spaventosi mugugni tipo animale selvaggio e capisco che non sarà facile rispettare il mio programma. Flix non sa che ho intenzione di allungare "leggermente" la strada di ritorno e fermarmi a pranzo al "Gambero Rosso". Ma quando svelo il reale motivo di quel mio insolito zelo mattutino Flix è colto da un improvviso colpo di lucidità.
Riusciamo a partire in orario. Durante il tragitto non avviso Fulvio del mio arrivo perché mi piacerebbe fargli una sorpresa (e soprattutto per non voglio fargli capire che non sono solo). Arriviamo a San Vincenzo alle 13 e trenta in perfetto orario.
Mentre ci incamminiamo verso l'ingresso del ristorante uno strano ragazzotto dall'aria familiare mi taglia la strada e mi sorride. Sono finalmente davanti all'ingresso e leggo senza stupore il categorico cartello di divieto.
Non sono affatto meravigliato perché Fulvio mi aveva accennato ad un cambiamento radicale. Quel monito imperativo anzi mi entusiasma perché io non sono "chiunque" e mi convinco che in futuro sarò l'unico cliente del "Gambero Rosso".
Con impazienza mi accanisco sul campanello con robusti affondi del dito indice, ma inspiegabilmente non riesco a sentirne il suono. Anzi mi rendo conto all'improvviso di non avvertire nessun rumore. C'è assoluto silenzio intorno a me. Mi volto e cerco nello sguardo di Flix una possibile spiegazione di quella situazione irreale. Osservo i suoi occhi lucidi e pieni di dolcezza nel preciso istante in cui, finalmente, riesco a percepire un suono. Mi squilla il cellulare. Al telefono c'è mio padre che, non avendo mie notizie da oltre 24 ore, è preoccupato e vuole sapere dove "diavolo" sono finito. Lo rassicuro subito. Ma quando gli confermo che per l'ennesima volta sono al "Gambero Rosso" con grande tenerezza mi confessa di non comprendere perché quel ristorante sia così importante per me. Non cerco assolutamente di convincerlo con le parole, ma gli prometto che un giorno, quando lo porterò qui con me, sicuramente mi capirà.
| Ristorante Gambero Rosso Piazza della Vittoria 13 57027 San Vincenzo (LI) |
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